Intervento pronunciato dal prof. Eros Barone,
in occasione della celebrazione di Walter Fillak
svoltasi il 4 aprile 2016 presso l’ARCI “La Ciclistica”
sita a Genova-Sampierdarena in via Walter Fillak, 98r
La memoria non è solo una scelta, ma è anche un dovere, talché i caduti della Resistenza, che è stata innanzitutto lotta armata contro il nazifascismo, vanno non solo ricordati, ma anche onorati. Sottolineare, pertanto, la militanza comunista di Walter Fillak non è un gesto settario, ma è in primo luogo una necessità storiografica, perché significa porre al centro della ricostruzione storica della Resistenza la classe operaia e il suo partito, il PCI, senza il cui fondamentale apporto la Resistenza, a partire dagli scioperi che ebbero luogo tra il marzo e il luglio del 1943, non sarebbe nemmeno iniziata o si sarebbe svolta in modo assai differente da come si è svolta.
A questo proposito, è importante considerare che dopo l’8 settembre del 1943 le città operaie del triangolo industriale potevano contare su qualche migliaio di comunisti. Così, a Milano erano circa duemila i militanti attivi e organizzati, a Torino erano un migliaio, a Genova erano almeno 1400 per la provincia, oltre a 450 di un gruppo guidato da Gaetano Perillo, che venivano anch’essi inquadrati nell’organizzazione comunista. A partire dall’armistizio l’azione dei comunisti si sviluppò in due tempi: collegamento con le formazioni di ribelli che si erano costituite sulla montagna e organizzazione delle lotte operaie, tra ottobre e dicembre del 1943. Come è noto, le uniche avanguardie dell’antifascismo che avevano maturato, nel corso dei lunghi anni della clandestinità e nel vivo della partecipazione alla guerra di Spagna, la coscienza della necessità della lotta armata, erano quella comunista e quella azionista: così, all’origine di una banda armata si trovava sempre un quadro di partito, fosse esso un ‘civile’ oppure un ufficiale del regio esercito, che aveva compiuto la scelta dell’antifascismo. In Liguria, rispettivamente sui monti di Chiavari e nel circondario di Sassello, vi erano due gruppi: quello di Favale, nucleo generatore della famosa banda Cichero, guidato da un comunista ex garibaldino di Spagna, “Marzo” Canepa, e quello, costituito da una dozzina di uomini, che si trovava a pian Castagna. Qui emerge un dato di grande interesse: di questi dodici nove erano prigionieri di guerra alleati evasi e chi li organizzava era uno studente comunista, torinese di origine ma genovese di adozione, quel Walter Fillak, amico di Giacomo Buranello e, come questi, studente di ingegneria e attivo nei GAP, che diverrà uno degli eroi della Resistenza. Fillak non era un partigiano prodotto dall’8 settembre: egli aveva due precedenti altamente significativi, l’espulsione dal regio liceo scientifico “Cassini” di Genova per attività antifascista nel 1938 e l’arresto per attività sovversiva nel 1938. Sennonché le circostanze testé ricordate permettono di porre in risalto la dimensione internazionale della Resistenza italiana: non solo russi, inglesi, polacchi e disertori cechi saranno tra i più intrepidi partigiani, ma accanto a questi vi saranno ufficiali italiani che in Russia, nei Balcani o in Francia, avevano dovuto fare la guerra ai partigiani e avevano così imparato le leggi della guerriglia. Per converso, non bisogna dimenticare che rilevante fu il contributo degli italiani al ‘maquis’: 5000, di cui 2000 caduti.
Nel contesto della lotta armata contro il nazifascismo si incontravano due figure ideal-tipiche: da un lato, il comunista legato al Partito; dall’altro, il giovane, il soldato, l’ufficiale, lo studente, che si sentiva comunista o antifascista e cercava il collegamento con il Partito. In questa fase, peraltro, l’iniziativa individuale aveva un grande peso e il capo partigiano era anche uomo d’avventura, caratterizzato dal coraggio fisico e dal carisma. Stupenda è poi l’amicizia che, fin dai banchi di scuola, legò tra loro Giacomo Buranello e Walter Fillak, e fece delle loro esistenze due mirabili “vite parallele”: l’uno comandante dei GAP di Genova, al cui fianco, nelle pericolose missioni dei GAP, vi era quasi sempre l’inseparabile amico; l’altro commissario politico di una brigata partigiana operante nella Val d’Aosta: entrambi caduti, entrambi medaglie d’oro alla memoria. A questo proposito, Ugo Pecchioli, dirigente di primo piano del Partito comunista e capo partigiano, nella commemorazione di Walter Fillak tenuta nel 1975 nella cittadina di Cuorgnè, dove Walter Fillak fu impiccato, ebbe a ricordare che in quella Val d’Aosta in cui Fillak si era recato a organizzare i garibaldini, 3000 partigiani fronteggiavano 5000 tedeschi.
Orbene, che cosa merita di essere sottolineato nella breve ma intensissima vita di Walter Fillak? La risposta è: “un ideale chiaro e potente”, come ha ben detto nel suo intervento la compagna Paola Vada, rappresentante della Sezione ANPI di Sampierdarena. «Il comunismo, grande ideale che appassiona e fa diventare migliori gli uomini, che entusiasma i giovani», come ebbe a dire in una sua testimonianza il partigiano “Nando” della 76ª Brigata Garibaldi). Del resto, ricordare Walter Fillak, la sua formazione, la sua militanza comunista e partigiana, il suo sacrificio, non avrebbe senso se ci si limitasse alla semplice commemorazione senza riflettere sugli ideali comunisti che animarono la sua come l’azione di tanti altri valorosi combattenti caduti nella Resistenza. Né sarebbe intellettualmente onesto sottacere le contraddizioni che esistevano fra le diverse (e a volte avverse) componenti del movimento partigiano, così come nel rapporto tra questo e il PCI (si pensi alla straordinaria esperienza di guerriglia urbana rappresentata dai GAP e alla taccia di estremismo settario attribuita a Buranello e allo stesso Fillak, sulla quale ritornerò nella conclusione di questo intervento): contraddizioni in cui si rispecchiava il contrasto esistente all’interno del PCI tra la linea togliattiana e quella secchiana, tra l’esigenza dell’unità delle forze antifasciste, ivi comprese quelle facenti capo alla monarchia e ad una frazione della borghesia, e la prospettiva rivoluzionaria del proletariato comunista.
In questo senso, è opportuno, per chiarire questo aspetto politico-ideologico che non fu per nulla marginale nella Resistenza, riportare la lettera indirizzata dall’ing. Ferruccio Fillak ad Agostino Novella, che ho scoperto consultando presso l’ILSREC il fascicolo contenente la documentazione su Walter Fillak.
Si tratta, come risulta con estrema evidenza, di una rivendicazione, nobile non meno che implacabile, dell’onore comunista di Walter Fillak e di Giacomo Buranello – “Essi hanno amato il loro Ideale più della vita”, scrive l’ing. Ferruccio Fillak con tacitiana concisione – di fronte alle critiche di settarismo ed estremismo mosse nei loro confronti. A questo riguardo e a titolo di conclusione provvisoria, merita allora di essere riproposto, per il suo significato laicamente materialistico e per la luce che getta su quella che lo storico Claudio Pavone ha definito “moralità nella Resistenza”, quanto scrive Giovanni Pirelli nella prefazione all’antologia che raccoglie le testimonianze dei condannati a morte della Resistenza europea, testimonianze fra cui vi è quella di Walter Fillak: «Il senso della vita sta nella gioia non nel dolore e nel lutto. Se in date circostanze è giusto assumere rischi, affrontare pericoli, se può essere inevitabile ammazzare o farsi ammazzare, non parliamone mai come di cose belle, esemplari o invidiabili. Parliamone come di gravi necessità a cui l’uomo cosciente non può sottrarsi. Sacrificarsi ha senso, comunque, ad una sola condizione: che ci si sacrifichi perché venga una società umana dove il sacrificarsi non avrà più senso».
Eros Barone
Circolo Culturale Proletario di Genova
Ottobre 2016